Decluttering concentrati su quello che conta mamme e papà all'ultima spiaggia

Decluttering: concentrati su quello che conta!

Decluttering, un inglesismo usato per dire mettere in ordine eliminando le cose che non ci servono più: non solo trovare un posto per ogni cosa in modo che non sia in mezzo ai piedi, ma una selezione consapevole degli oggetti della nostra casa. 

Decluttering è un termine che descrive un mondo che per molti ha una regina, Marie Kondō, l’autrice giapponese diventata famosa con libri come Il magico potere del riordino e 96 lezioni di felicità oltre alle serie televisive prodotte da Netflix Tyding up e Sparking Joy.

Ma non è l’unica: da una decina di anni almeno si è aperto un filone narrativo sul decluttering, il minimalismo e uno stile di vita meno legato agli oggetti che possediamo. Tanti autori statunitensi, qualcuno si è mosso anche in Italia, ma nonostante i numeri di followers, vendite e visualizzazioni noi abbiamo come l’impressione che siano tendenze ancora riservate ad una nicchia di persone. 

Noi ci siamo resi conto che non avevamo bisogno di una casa più grande ma di una casa meno affollata di oggetti. 

Perché l’abbiamo fatto? E come abbiamo fatto? 

1. Stress da trasloco 

Il trasloco è considerato una delle esperienze più intense e traumatiche che possiamo vivere, come ha descritto Hans Seyle nel suo libro The Stress of Life, pubblicato per la prima volta nel 1956. Hans Seyle è il medico austriaco, naturalizzato canadese, che nel 1936 definì il concetto di stress e che ci ha lasciato in eredità la Sindrome Generale di Adattamento. 

In breve, il trasloco è una fonte di stress tra le più grandi che possiamo affrontare. 

Rimanendo focalizzati sugli oggetti, se avete mai affrontato un trasloco nella vostra vita avete chiaramente idea di cosa significhi pianificare e realizzare un trasloco, quante energie e risorse occorrano, quanto tempo serve per ricominciare a vivere in un ambiente ordinato. 

Ci siamo fatti alcune domande mentre preparavamo il trasloco, abbiamo discusso e in alcuni frangenti abbiamo travalicato il semplice discutere. Una cosa però era evidente a tutti e due, anzi due cose: la prima è che l’unico modo per uscirne vivi era quello di lavorare insieme. La seconda era davanti ai nostri occhi: preparando gli scatoloni abbiamo rinvenuto una serie di oggetti che neppure ricordavamo più di avere. 

Che ci facevano ancora con noi? Perché consumare energie per spostarli da una casa all’altra e lasciare che occupassero spazio nella casa nuova?

2. Il lato positivo del lockdown

Da un evento traumatico all’altro: abbiamo finito il trasloco pochi giorni prima dell’inizio del primo lockdown. 

Un trasloco che abbiamo pianificato con cura ed eseguito entro i tempi, ma poi, ci siamo ritrovati con gli scatoloni da disfare e con delle decisioni da prendere rispetto agli oggetti che avevamo di fronte a noi. 

Dal nostro punto di vista i lockdown sono stati un momento di riflessione importante: non avevamo mai trascorso così tanto tempo insieme tra le mura domestiche, e questo tempo ci ha permesso di pensare a come rendere migliore e più vivibile lo spazio che avevamo a disposizione. 

Abbiamo iniziato a cercare ispirazione su come fare per reclamare gli spazi e alleggerirci dal peso delle tante cose che ci circondavano: vestiti, attrezzi da cucina, oggetti inutilizzati da anni senza particolari attaccamenti sentimentali e anche libri. Sì, l’ho detto: i libri! 

Abbiamo iniziato a dare un’occhiata a quello che la rete offriva e ci sono state tre fonti di ispirazione in particolare che ci hanno guidato nel nostro percorso di alleggerimento da tutto quello che non ci serviva: Joshua Fields Millburn and Ryan Nicodemus di The Minimalist, Joshua Backer di Becoming Minimalist e Matt D’Avella.

Non siamo diventati minimalisti, ma due anni dopo possiamo affermare che abbiamo cambiato il nostro modo di vivere ed il nostro rapporto con gli oggetti.

3. La domanda più importante

Abbiamo iniziato ad osservare ogni oggetto nella nostra casa (e anche nel garage) e a porci una domanda apparentemente semplice: questo oggetto come mi rende felice?

Riflettere su quanto un oggetto sia in grado di renderci felici è stato il modo per rendere semplici scelte difficili e di rivedere il nostro stile di vita partendo da quello che conta di più: le persone. 

Ecco come una domanda apparentemente semplice è diventata lo stimolo per esplorare con maggiore profondità le nostre vite e il rapporto tra di noi. Il decluttering è molto più del fare ordine, del sistemare l’armadio o del liberarsi di oggetti che non usiamo più.

Ma prima di cantare vittoria, abbiamo dovuto affrontare dei nemici temibili, infidi e agguerriti. 

4. I mostri dell’accumulo compulsivo di ciarpame

Abbiamo combattuto selvaggiamente e senza esclusione di colpi con tre mostri che hanno provato in tutti i modi a farci tornare sui nostri passi, entrando a gamba tesa per distoglierci dal nostro percorso di decluttering. 

Tre mostri che difendono strenuamente tutto ciò che non aggiunge valore alle nostre vite. 

Abbiamo imparato una lezione: gli oggetti che abbiamo in casa assorbono le nostre energie, il nostro tempo e la nostra attenzione. 

Se riempiamo la nostra casa e la nostra vita di oggetti che non ci portano valore, quanta energia ci rimarrà per gli aspetti della nostra vita che contano di più?

Il mostro mangia-spazio

L’esperienza del lockdown ci ha fatto comprendere l’importanza dello spazio calpestatile in casa. Lo slalom tra gli arredi e i complementi di arredo che costellano i pavimenti di casa è un’attività che non ci rende felici. 

La prima sfida che abbiamo affrontato è stata quella di sconfiggere il mostro mangia-spazio, ripensando lo spazio in base ai nostri movimenti. Siamo partiti dalla sala, dove si svolge la vita sociale familiare, parliamo, facciamo esercizio, giochiamo, creiamo arte, leggiamo e guardiamo la televisione. 

Abbiamo lasciato spazio, considerando un altro aspetto fondamentale: quanto è facile da pulire? 

Spostare oggetti per fare le pulizie è time-consuming e non aggiunge felicità, e la polvere non lascia tregua. Ripensare agli spazi per viverli il più possibile destinando il minor tempo possibile alla pulizia ci ha permesso di affrontare senza paura il mostro mangia-spazio.

Il mostro “prima o poi servirà” 

Questa frase rappresenta perfettamente il secondo mostro che abbiamo affrontato: prima o poi servirà. Il modo più semplice per accumulare oggetti che, ad un certo punto, non sappiamo più dove conservare in attesa che si verifichi l’evento tanto atteso per dargli uno scopo. 

Affrontare il mostro del prima o poi servirà ci ha permesso di riflettere sull’effettiva necessità di avere degli oggetti super-specializzati e di allenare la mente per trovare soluzioni alternative. 

“Ci serve?” “Quante volte l’abbiamo usato nell’ultimo anno?” sono le due domande chiave che ci hanno ispirato nell’affrontare la scelta. 

Il lato più subdolo e insidioso però è un altro: conservare oggetti in attesa che servano significa che aumentiamo drammaticamente la possibilità di ricomprare quello stesso oggetto quando ci occorre, perché non ricordiamo di averlo conservato in quella scatola nascosta in fondo allo sgabuzzino, al cassetto o all’armadietto. 

Uno spunto facile per partire sono i vestiti oppure i prodotti che abbiamo in bagno. 

Armadi colmi di capi che non usiamo più da anni, contenitori di creme, saponi, dentifrici, oli e cosmetici che giacciono in fondo ai cassetti. Suona familiare? 

Chiederci “ci serve?”, “quante volte l’abbiamo usato nell’ultimo anno?”  mentre osservavamo gli oggetti che già possedevamo ci ha educato a porci la stessa identica domanda nell’acquisto di oggetti nuovi “che magari ci serviranno”. 

 

Il mostro “ci sono affezionato”

L’ultimo mostro è quello più difficile da affrontare perché tocca direttamente la nostra sfera più intima. 

Osservando i ricordi, la sfida appare da subito impari: oggetti, fogli, foglietti, biglietti, peluche, giocattoli, coperte, lenzuola. L’elenco è infinito. 

Chiederci se possedere e conservare questi oggetti ci rende più felici oggi ci ha permesso di alleggerire il carico emotivo e fisico all’interno della nostra casa. 

Abbiamo scelto di lasciare spazio al qui e ora, a quello che il futuro ci riserva e di conservare solo ciò che conta per il nostro cuore. 

Una menzione speciale la vogliamo riservare agli oggetti che abbiamo da tanto tempo, magari ereditati o regalati, che nonostante siano logori e non pienamente funzionanti, continuiamo ad utilizzare. Se ha esaurito il suo scopo, non occorre conservarlo: grazie e ciao.

5. Decluttering consapevole

Rome wasn’t built in a day ci ricorda un vecchio proverbio, che ha ispirato una canzone dei Morcheeba di qualche anno fa. 

Soprattutto all’inizio, abbiamo vissuto qualche momento di decluttering compulsivo con delle lunghissime sessioni che ci portavano allo sfinimento e a discutere animatamente. 

Non è una strada che vi consigliamo di percorrere. Take it easy. 

Abbiamo provato tutte le tecniche e i metodi proposti dagli esperti con risultati altalenanti. 

Tempo ed esperienza ci hanno portato a sviluppare un metodo su misura, adeguato alla nostra famiglia, che ci accompagna nella gestione dell’economia domestica. 

È un processo quotidiano, dentro e fuori da casa.

Ha avuto un impatto sulle nostre scelte d’acquisto e sulla gestione dei rifiuti, un’attività che ci richiede poco tempo e poco impegno.

La nostra sfida contro i mostri dell’accumulo compulsivo di ciarpame continua ogni giorno, tra alti e bassi. Non è tutto perfetto, richiede tempo, impegno e continuità. 

In questi due anni abbiamo imparato che: 

  1. Meno oggetti = più tempo Gli oggetti che possediamo hanno più valore 
  2. Viviamo più leggeri

6. Stile di vita e tradizione familiare

Liberarci del superfluo e ripensare gli spazi è diventato un affare di famiglia che coinvolge tutti i membri. Questo significa anche che le discussioni più o meno accese sono frequenti e che non è sempre tutto lineare. 

Noi lo vediamo come educazione ad uno stile di vita più leggero, più consapevole e più legato a quello che siamo piuttosto che a quello che possediamo. 

Una sfida difficile nel mondo in cui viviamo, ma è una sfida che abbiamo accettato e che vogliamo lasciare ai nostri figli come tradizione familiare. 

Nelle nostre scelte, utilizziamo un metodo semplice: osserviamo gli oggetti, li valutiamo e poi li etichettiamo: 

T come tengo

P come ci penso (entro un mese decideremo il tuo destino)

F come faccio fuori, che significare vendere, donare o conferire nella raccolta differenziata. 

Fare fuori è un atto di responsabilità: buttare nella spazzatura, magari senza differenziare, è una mancanza di rispetto nei confronti del nostro pianeta. 

Noi viviamo in Trentino e da queste parti la raccolta differenziata è una cosa che viene presa seriamente e gestita con cura. Se un oggetto può avere una seconda vita, è meglio affidarlo a qualcuno che può utilizzarlo: il conferimento è l’ultima spiaggia. 

Lo stimolo a fare di meglio, a comprare con intento e attenzione prodotti con il minor impatto possibile è uno stile di vita, maturato e fiorito dopo il primo decluttering di due anni fa. 

Partiamo dalla fine: non vogliamo lasciare ai nostri figli il peso di un’eredità fatta di oggetti dei quali, prima o poi, dovranno disfarsi per conto nostro. Partendo dalla fine, non è così difficile realizzare quali sono gli oggetti che veramente contano, soprattutto quelli che hanno un valore  sentimentale importante. 

Questo episodio apre un arco narrativo dedicato alle scelte di vita, che spaziano dal decluttering, agli acquisti, ai rifiuti che produciamo e all’eredità che vogliamo lasciare. 

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